L’abolizione dei Voucher INPS cosa comporta per i lavoratori precari

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Partiamo da una domanda fondamentale: cosa sono i voucher INPS?
I voucher INPS sono dei metodi di pagamento per i lavori accessori, quei lavori che durano solo una stagione o per quei lavori domestici (babysitter, cameriera) dove sono le famiglie ad essere datori di lavoro; possono essere retribuiti con i voucher INPS tutti quei lavori accessori che non sempre possono essere soggetti ad un contratto di lavoro.

Gli effetti dei voucher

Per quanto l’idea iniziale fosse giusta, nel tempo le sue conseguenze sono risultate disastrose: i voucher nascevano come tentativo di eliminare gran parte del lavoro a nero, per regolarizzare tutte quelle posizioni lavorative che difficilmente trovavano collocazione in una tipologia contrattuale. L’idea era oggettivamente vincente, ma con il passare del tempo i voucher sono diventati l’ennesima arma nelle mani dei datori di lavoro: molte aziende se ne servono per sostituire le vere assunzioni con i contratti per un lavoro occasionale, un contratto quest’ultimo che non copre tutti gli obblighi contribuitivi e assicurativi. Tra l’altro i voucher hanno un limite massimo di 7.000 euro, limite che è stato aumentato con il Jobs Act (da 5.000 a 7.000 euro); il limite di 7 mila euro per il lavoratore non potrà essere raggiunto con un solo datore di lavoro, poichè ciascuno di essi può disporre di non più di 2 mila euro per uno stesso lavoratore. Questo limite ha nei fatti contribuito ad accrescere il lavoro a nero, visto che spesso l’importo per i lavori occasionali supera la cifra massima prevista per il pagamento in voucher: il datore di lavoro dunque paga una parte del lavoro con i buoni e l’altra a nero.
È in corso un vero e proprio abuso dei voucher, che vengono usati per quelle prestazioni lavorative che fino a poco fa venivano identificate come lavoro indipendente.

L’abolizione dei voucher

Dopo una lunga serie di trattative e di incontro, la Commissione Lavoro della Camera ha deciso per l’eliminazione dei buoni di lavoro. Le imprese che hanno già acquistato i voucher potranno utilizzarli fino al 31 dicembre 2017, termine ultimo in cui potranno essere accettati i voucher. Finito questo periodo transitorio, verranno eliminati definitivamente. Dal 17 marzo scorso, non è più concesso vendere voucher. La Commissione Lavoro della Camera ha votato per l’abrogazione degli articoli 48, 49 e 50 del Jobs Act relativi al lavoro accessorio: in questo modo ha compiuto una scelta drastica evitando il referendum proposto dalla CGIL, che doveva svolgersi il 28 maggio. Questo referendum abrogativo voleva far decidere agli italiani se tenere o meno i voucher.
Il disegno di legge con testo unificato sui buoni per il lavoro, che è stato oggetto di discussione per la Commissione Lavoro per oltre una settimana, aveva proposto inizialmente due tipi di voucher: uno per le imprese da 15 euro e uno per le famiglie da 10 euro. Inizialmente la proposta era di usare i voucher per quei piccoli lavori domestici difficili da inserire in un contratto visto il loro carattere transitorio (badanti, pulizie, baby sitter ecc). Gli imprenditori invece avrebbero potuto utilizzarli per attività occasionali se non avevano altri dipendenti. Il presidente dell’INPS, Tito Boeri aveva sperato nell’uso dei voucher solo da parte delle famiglie, avanzando così una riduzione drastica. La decisione finale è stata poi l’abrogazione definitiva dei voucher.

Cosa succederà dopo l’abolizione dei voucher

Il futuro lavorativo è come sempre incerto, non possiamo ancora prevedere come cambierà il mondo del lavoro dopo l’abolizione dei voucher. Questi, per quanto abbiano avuto risultati controversi e non sempre vicini a quelli sperati (il lavoro a nero non è diminuito) sono stati un passo avanti nel settore, il segno che qualcosa si stava muovendo. Il problema dell’uso dei voucher è stata una normativa poco chiara, che permetteva molto spazio di manovra ai datori di lavoro, che con qualche sotterfugio riuscivano nel loro intento di pagare poco per prestazioni lavorative di qualità. Un’altra domanda da porsi è come regolarizzeranno i lavoratori occasionali, quelli appunto che venivano pagati in voucher, la loro posizione lavorativa: potranno usufruire della tipologia di contratto di lavoro a chiamata intermittente.

Cosa cambierà per i datori di lavoro

Abbiamo finora guardato la prospettiva dal punto di vista del lavoratore, ma cosa cambia per i datori di lavoro con l’abolizione dei voucher? Questo decreto legge comporta la necessità per questi ultimi di inquadrare i lavori accessori, prima pagati con i voucher, in specifiche tipologie di contratto: contratto di lavoro intermittente, a progetto, di somministrazione di manodopera, tenendo anche conto delle regole e dei limiti di età. Tutto questo andrà avanti finché il Governo non metterà a punto una nuova tipologia di retribuzione per tutti quei lavori difficilmente inquadrabili nelle tipologie di lavoro sopraelencate.
Il problema è che spesso molti lavori, come le badanti o le babysitter, sono difficili da inserire all’interno delle diverse tipologie contrattuali. Questo porterà ad un aumento del lavoro a nero?

L’abolizione dei voucher ha fatto perdere posti di lavoro?

Purtroppo è così, l’abolizione dei voucher ha portato alla cessazione di molte prestazioni accessorie, molte persone hanno perso il lavoro. Questi dati, preoccupanti, emergono da un sondaggio realizzato da SWG per Confesercenti: su 800 pmi di vari settori, il 51% delle imprese che usavano i voucher ha scelto di cercare un alternativo inquaramento contrattuale per coprire le prestazioni di lavoro accessori; l’altro 49% degli imprenditori si divide in due categorie, coloro che ancora non sanno come risolvere la situazione e chi ha già deciso di fare a meno del lavoro accessorio. Sempre da questo sondaggio emerge un certo malcontento da parte delle aziende relativo all’abolizione dei voucher: il 17% delle imprese è convinta che questa eliminazione danneggerà l’attività, un altro 60% prevede un discreto numero di problemi che però considera risolvibili. Molti sono convinti che la decisione di abolirli sia stata non solo affrettata ma anche spinta da ragioni unicamente politiche (per evitare il referendum di maggio). Quasi tutti, all’unisono, chiedono quanto prima un’alternativa ai voucher in grado di garantire la legalità e l’inquadrabilità a livello contrattuale dei lavori occasionali.
Queste risposte mostrano come, per andare a sanare il problema dell’abuso dei voucher che spesso venivano usati anche per prestazioni non occasionali, come alternativa al contratto a tempo indeterminato, si sia andata a peggiorare la situazione favorendo il lavoro a nero e avendo fatto perdere molti posti di lavoro. Ma come mai la maggior parte delle aziende è contro l’abolizione dei voucher? Perchè le alternative ai voucher sono molto più costose, secondo la Fondazione studi dei Consulenti del lavoro: la tipologia contrattuale che meglio può sostituire i voucher è quella del contratto a chiamata, che però ha il grande limite di essere applicabile solo agli under 25 e over 55. Questa limitazione di età rischia di escludere dal mercato del lavoro tutte quelle persone dai 26 ai 54 anni; di fatto questo aumenta la crisi e la povertà per quelle persone che per l’età avanzata non riescono a trovare lavoro e qualora lo trovassero, sarebbe difficile da inserire in una forma contrattuale. Ritornando al contratto a chiamata, questo contratto prevede il versamento dei contributi e dell’Irpef, la maturazione dei ratei di tredicesima e quattordicesima mensilità e anche la quota del TFR. Per un datore di lavoro, questa tipologia di contratto costa il 61% in più rispetto ai voucher.

Le ultime novità: al posto dei voucher una carta prepagata

Sì, avete capito bene: al posto dei tanto odiati voucher, verrà introdotta una carta prepagata con la quale sarà possibile pagare quei lavori saltuari (domestici principalmente) che prima potevano essere retribuiti dietro voucher. Il governo sta lavorando a questa e ad altre novità da inserire nella manovra di primavera, quella mini Finanziaria richiesta da Bruxelles durante l’esame della Camera.
Uno dei tanti problemi dei voucher era quello che, anche se nato contro il lavoro a nero, nella pratica lo sovvenzionava. Ecco che con la carta prepagata questo problema non dovrebbe porsi: il pagamento sarebbe da completare tramite un sito internet gestito dall’Inps, completamente tracciabile. Mentre con i voucher le famiglie compravano il buono e poi avevano il tempo di decidere come usarlo, con il nuovo meccanismo dovranno subito indicare il nome del lavoratore. Quello che avremo dinanzi non sarà più un buono, ma un contratto vero e proprio (per quanto in forma semplificata). Queste novità sono state introdotte per rendere il sistema più trasparente, specie da un punto di vista anti-evasione. Le famiglie otterrebbero anche la possibilità di scaricare dalle tasse una parte della spesa.
Questo scarico comporta un’altra domanda, fondamentale: lo Stato dispone dei soldi per realizzare un’operazione simile?
Probabilmente si intraprenderà una strada per gradi: il primo passo dovrebbe essere innanzitutto l’emendamento della manvora e la creazione di un fondo, che coprirà il bonus fiscale. Il secondo step lo si avrà l’anno prossimo, nel 2018, quando diventerebbe concretamente utilizzabile lo sconto, a patto di stanziare le risorse necessarie nella Legge di Bilancio, che devono essere approvate entro la fine del 2017.

Le ultime novità: cosa cambia per le aziende?

Le novità includono tutti i tipi di aziende, da quelle grandi a quelle più piccole: viene introdotto un nuovo contratto, definito leggero, poiché è la versione semplificata del lavoro a chiamata. Sarà possibile perfezionarlo online, sempre sulla piattaforma gestita dall’INPS. Neanche in questo caso è un buono, è sempre un contratto reale, dove bisogna indicare fin dal principio il nome del lavoratore. È stato anche definito un limite massimo di utilizzo: non sarà possibile chiamare la stessa persona per più di 400 giorni nell’arco di tre anni. Nel caso in cui si sforassero i 400 giorni scatterebbe l’assunzione a contratto.
Le novità relative al lavoro a chiamata vero e proprio, quello precedente poteva essere usato solo per i lavoratori che hanno meno di 24 anni o più di 55. Questa limitazione a chiamata verrà eliminata.

Le ultime novità: quali sono le differenze tra la carta prepagata e i voucher?

Il lavoro a chiamata, in entrambe le varianti, che sia classico o leggero, costa quasi il doppio rispetto ai vecchi voucher: tra i 20 e 25 euro l’ora, al contrario dei vecchi voucher che costavano 10 euro all’ora. Questo nuovo pagamento prevede contributi previdenziali più alti, in grado di garantire una pensione: cosa che non era prevista né garantita dai vecchi voucher. Nella versione classica, è prevista anche l’indennità di disponibilità: un aumento del 20% della retribuzione se il lavoratore si dichiara disponibile ad accettare comunque la chiamata da parte dell’azienda.

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